L' incidente stradale ogni anno coinvolge, direttamente o indirettamente, migliaia di persone. Pensiamo a chi ha perso la vita o la propria indipendenza rimanendo più o meno menomato ed ai suoi famigliari che ne condividono dolore e disagio. Pensiamo a chi è chiamato dalla Giustizia a rendere conto delle proprie responsabilità. Tutti sono confrontati con procedimenti penali, civili e assicurativi mai semplici ma dove la domanda è sempre la stessa: com'è veramente successo?
Della ricerca di questa verità ho fatto l'obiettivo della mia attività professionale.

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CTU e CTP a confronto

Evidentemente parlo del processo civile italiano con particolare riferimento all’art. 195 c.p.c. che recita … il consulente deve fare relazione, nella quale inserire anche le osservazioni e le istanze delle parti.
Questo è riferito al CTU (Consulente tecnico d’ufficio, ovvero consulente del Giudice istruttore civile) mentre le parti hanno facoltà di intervenire alle operazioni in persona e a mezzo dei propri consulenti tecnici [CTP] e dei difensori, e possono presentare al consulente, per iscritto o a voce, osservazioni e istanze.

È sulla collaborazione in contraddittorio durante le operazioni peritali che voglio soffermarmi, per aprire una discussione nel merito: infatti, dalla pratica intuisco che con certi CTU gli usi procedurali non ricalchino esattamente lo spirito del Legislatore e questo non tanto nei lavori preliminari quanto piuttosto nella considerazione che il CTU dovrebbe alle osservazioni delle parti nel merito della sua relazione.



La relazione deve essere trasmessa alle parti costituite nel termine stabilito dal giudice … [che] fissa il termine entro il quale le parti devono trasmettere al consulente le proprie osservazioni sulla relazione e il termine, …, entro il quale il consulente deve depositare in cancelleria la relazione, le osservazioni delle parti e una sintetica valutazione delle stesse.

La domanda è chiedersi quale sia lo spirito di questa norma (c.p.c. art. 195) e come, CTU e CTP debbano di conseguenza realizzarla coniugandola in modo corretto nella loro attività forense. Sicuramente è il parere dei Giuristi a poterci illuminare e spero che qualcuno di essi intervenga in questa discussione. Da parte mia, invece, posso solo dare una lettura di come questa procedura suona alle mie orecchie di tecnico. In verità io intravvedo due modi di lettura: quello letterale, lineare ma affatto interpretativo e quello che invece si ispira al mio culto di ricerca della verità oggettiva.

La lettura alla lettera.
Dal testo legislativo risulta che esiste un’unica relazione del CTU, quella inviata prima alle parti per le loro osservazioni e poi depositata più tardi in cancelleria: questo significherebbe che dopo l’invio alle parti, la consulenza del CTU deve rimanere immutata.
Infatti, il Codice di procedura parla solo di “relazione” e mai di relazione provvisoria, di relazione preliminare oppure di relazione in bozza: questi particolari tipi di relazione, che mi si conceda definire "fantasiosi" non essendo contemplati dalla citata normativa, dovrebbero essere cancellarli dal gergo e dall’abitudine tanto dai Giudici quanto dai CTU.
Se osserviamo il testo del c.p.c. nella sua formulazione e nella sua sequenza, la sintetica valutazione delle osservazioni delle parti sulla relazione richiesta al CTU e da accludere all’atto del deposito, è atto separato e posteriore alla “relazione”: di conseguenza tale “valutazione”, essendo atto postumo alle osservazioni alla CTU, non è integrabile nella “relazione”, ha altra data e va depositata come documento separato specifico.

Ne consegue che anche se errata, la “relazione” del CTU non va più modificata da come fu presentata alle parti, ovvero che al CTU è data ancora unicamente facoltà di esprimersi sulle osservazioni ricevute, ma non più quella di modificare il testo della sua “relazione”. Questo è logico anche perché laddove fosse necessario, il CTU esprimendosi sulle osservazioni ricevute ha comunque facoltà e dovere di correggere in questa sede quanto precedentemente dichiarato. Altrimenti, per coerenza procedurale e per il principio di equità, in caso di modifiche della CTU postume alle osservazioni delle parti, a queste andrebbe nuovamente concessa facoltà di esprimersi sulle nuove modifiche.

Pertanto, preso alla lettera, il Legislatore sembra aver voluto che il dibattito sulla parte peritale fosse anticipato nelle sue motivazioni tecniche per iscritto, in modo da essere così pronto per la discussione: infatti il CTU (art. 197 c.p.c.) può essere richiesto in camera di consiglio e, in tal caso, ricordo che (art. 201 c.p.c.) Il consulente della parte, …, partecipa all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice.
Con tale modus operandi sembra evidente che il Legislatore, pur nel tentativo di velocizzare la procedura, ha comunque voluto mantenere e rafforzare il concetto di principio che vuole che l’intera indagine avvenga nella garanzia del contraddittorio. Così, nella discussione sulle risultanze peritali, si dibatte la relazione del CTU con le osservazioni delle parti sulla stessa e la valutazione del CTU relativa alle citate osservazioni.

Introducendo invece la fantasiosa e non prevista “relazione provvisoria”, a mio parere si stravolge la procedura voluta dal Legislatore: infatti al momento del dibattito sulle risultanze le osservazioni delle parti si riferiscono ad un documento (relazione provvisoria) superato dalla relazione depositata e, quest’ultimo documento, giunge ad essere dibattuto evadendo il contraddittorio delle osservazioni delle parti, quindi sbilanciando l’equità processuale poiché è stato negato loro il principio fondamentale di presentare osservazioni sulla relazione, quella depositata e destinata al Giudice.

Il senso della ricerca oggettiva della verità.
Credo e sono convinto che la verità oggettiva sia quella che deve essere ricercata peritalmente mentre quella del Giudice, che della verità peritale oggettiva può anche non tenerne conto, sia piuttosto una verità soggettiva.

Nello specifico, il problema della ricerca oggettiva della verità si pone quando, fra le osservazioni delle parti alla relazione ce ne dovesse essere anche una soltanto capace di richiedere, per oggettività, il cambiamento di una o più posizioni o conclusioni del CTU. Se a questo punto il CTU riconoscesse l’errore o la svista (solo chi non lavora è certo di non sbagliare) lo si dovrebbe leggere nelle sue valutazioni alle osservazioni delle parti: questo, a mio modesto parere, sarebbe più che sufficiente per procedere oltre e svolgere debitamente il dibattito sulle risultanze peritali.

Veramente utile, per non incorrere in osservazioni o critiche macroscopiche, sarebbe invece rendere obbligatoria la riunione collegiale di chiusura delle operazioni peritali in cui il CTU illustra già le sue conclusioni ai CTP. Questa, che rientra senz’altro nelle facoltà di convocazione del CTU, purtroppo non è ancora prassi comune anche se, quando l’ho vista praticata, ne ho sempre apprezzato i risultati.

Purtroppo, la pratica dimostra che è molto raro che il CTU prenda in considerazione, neppure quando assolutamente pertinenti, gli appunti delle parti. Ancor meno mi è capitato di incontrare CTU che, confrontati con l’evidenza, abbiano ammesso i propri limiti ed i propri sbagli. In queste occasioni ho invece visto questi Consulenti trasformarsi in veri specialisti del volo pindarico: poca scienza ed ancor meno coscienza!
Evidentemente, l’incapacità dell’esperto nel riconoscere i propri errori è direttamente proporzionale alla sua incompetenza. È un atteggiamento inaccettabile ed in questi casi sarebbe da prendere in seria considerazione il reato del falso in perizia. Infatti il CTU, che a questo momento è stato informato del suo errore, non può esimersi dal considerarlo: se mantiene la propria posizione errata egli coscientemente e volutamente si distanzia dalla verità oggettiva a cui doveva invece attenersi.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.