Noi e la ricerca ...

Scritto da ing. Mauro Balestra Il .

Nella ricostruzione dei sinistri stradali ed in tutti i calcoli ad essa connessi relativi alla fase ante impatto ed alla fase poscollisione noi siamo costantemente confrontati con le decelerazioni e le accelerazioni dei veicoli.

Con l’avvento dell’elettronica sono giunti sul mercato gli accelerometri di ultima generazione, perlopiù sviluppati per applicazioni di massa quali l’ orientazione dell’ immagine negli iPhone e quali il comando gestuale di certi videogiochi. Anche l’industria dell’ automobile ha trovato come applicarli nella gestione parziale delle centraline di comando degli Air-bag e, più di recente, le Compagnie d’assicurazioni ne hanno fatto la base per le loro tanto discusse “scatole nere”.
Così sempre più gente incomincia a credere che da un semplice accelerometro “moderno”, ossia elettronico, si possono estrapolare quasi tutti i valori necessari per definire un sinistro. Quanto questo è vero ?



Pochi si chiedono come sia stato possibile quantificare le accelerazioni dei veicoli in modo scientificamente ineccepibile prima dell’ avvento degli attuali accelerometri … eppure lo si è sempre fatto, e fatto anche molto bene tanto nella ricerca pura quanto in quella mirata al chiarimento peritale di un dato evento.



Molti non sanno che i “vecchi” sistemi di rilevamento operano in modo concettualmente differente da quelli “moderni” tanto che, dal punto di vista di vista della pura fisica, forse sono ancora proprio i vecchi sistemi ad essere un bel passo più avanti di quanto ci propina il nuovo. Attingere dalla letteratura o da qualsiasi altra fonte di informazione i valori di calcolo (decelerazioni, coefficienti di attrito, ecc.) senza conoscere esattamente la procedura con cui questi furono realmente misurati, significa non essere in grado di poterli inserire correttamente ed in maniera sicuramente sostenibile nel calcolo. Senza essersi chinati prima sulle metodologie di rilievo di tali valori e senza aver poi partecipato di persona a qualche sessione di ricerca effettuata utilizzando tali collaudate metodologie, difficilmente l’ Esperto analista di incidenti stradali è in grado di padroneggiare questa materia.
Professionalmente diventa allora impellente chiedersi come colmare concretamente ed in breve tempo questa lacuna.

Non posso nascondere che mi riesce difficile comprendere come gli Esperti del nostro settore in questi ultimi cinquant’anni non abbiano saputo fare propria la metodologia di quantificazione della decelerazione e/o dell’ accelerazione degli autoveicoli nonché quella del rilievo dei coefficienti d’attrito. Solo ora sembra che qualcosa potrebbe smuoversi. Eppure sono problematiche che avevamo presentato e discusso in diversi Congressi AICIS a Jesolo negli anni settanta e, se ben ricordo, anche a Bologna nel 1984: quelli erano i tempi d’ oro dell’ AICIS, allora presieduta dal compianto Armando Vanini. Io ci ho sempre creduto ed ho saputo tener duro tanto che l’ esperienza unica che ho avuto così la fortuna di maturare ed accumulare in circa quarant'anni di prove e di misurazioni su strada ed il know-how che me ne deriva, oggi mi sono invidiati da molti. Con la terza generazione di apparecchiature diagnostiche (2008-2013) alle semplici misurazioni dinamiche ho aggiunto quelle necessarie anche all’analisi comportamentale del conducente.



Le migliori soddisfazioni sono state quelle ottenute negli ultimi anni dove la mia ricerca da semplice attività peritale ha assunto maggior importanza fino a costituire ricerca a livello universitario: la collaborazione con l’ Università Cattolica del S.C. di Milano, Unità di Ricerca in Psicologia del Traffico (studio sull’ IRPT – Intervallo di Reazione Psico Tecnico) ha già segnato il passo e presto uscirà una prima pubblicazione su questo studio. Oltre a formulare un nuovo modello concettuale dell’ IRPT (vedi sotto) ho pure raccolto diverse informazioni sui tempi che lo caratterizzano oltre a fornire tutti i paramenti necessari all’ elaborazione della parte Psicologica dello studio.



Fra queste informazioni prettamente tecniche troviamo pure tutte quelle inerenti la comprensione della fase di frenatura che per essere debitamente analizzata a mio parere richiede la considerazione di differenti parametri. A me piace rappresentare questi concetti con modelli grafici di facile comprensione come quello che segue.



Questo non è tuttavia un discorso di sola ricerca pura: quest'ultima è determinante poiché è da essa che abbiamo tutte le indicazioni utili per elaborare le metodologie più adatte per operare a livello peritale, dove i mezzi saranno più contenuti pur garantendo comunque sempre il massimo di attendibilità dei dati rilevati.

Prendo spunto da un caso di attività quotidiana (2012).
Durante una manovra di retromarcia effettuata secondo alcuni in maniera sbrigativa, secondo altri a passo d’ uomo, un’ autovettura investe ed uccide una bimba di circa 4 anni.
Subito dopo l’arresto, si trattava di un’autovettura leggera a trazione integrale ed ABS, l’auto viene spostata. La Polizia sull’asfalto pianeggiante, in buono stato ed asciutto, rileva e documenta fotograficamente una traccia di bloccata lunga circa m 1,85. A questo punto calcolarne la velocità può sembrare semplicissimo, ma …
Quale fu in quel caso la ruota tracciante ?
In retromarcia e a velocità contenute, l’ ABS funziona ? Con quale efficacia frenante ?
Quale è il coefficiente di attrito, rispettivamente il valore di decelerazione corretto da considerare ?
Che testo o pubblicazione suggerireste in quanto capace di rispondere ai quesiti appena indicati e necessari per iniziare la ricostruzione di questa cinematica ?
Non vi chiedo come avreste risposto poiché credo che il vero Esperto raramente abbia la risposta giusta a portata di mano o di bocca. Quando mi sono trovato io davanti al caso, e non mi vergogno affatto dirlo, inizialmente non sapevo ancora da dove cominciare: vedevo il problema, non la soluzione. La soluzione dovetti ricercarla ed ottenerla tramite quella che io chiamo diagnostica dinamica™, ossia il rilievo e la misurazione su strada e nel movimento dei differenti fenomeni sotto analisi.



Fu così che questo caso trovò ogni sua risposta e fu convincentemente risolto.

Sono cosciente che molti sentono la necessità di muoversi in questa direzione, me lo confermano le numerose richieste di informazioni che ricevo. So anche che i costi spaventano e che l’ impegno-tempo è pure un importante investimento da considerare. D’altro canto se vogliamo veramente dirci Esperti e fornire qualcosa di scientificamente sostenibile prima o poi qualcosa bisognerà metterlo in atto.

Per questo motivo e data la mia esperienza specifica, ho deciso di aggiungere ai miei workshop un iter formativo anche in questo settore della nostra professione aprendomi così ai Colleghi e mettendo loro a disposizione l’esperienza acquisita e le mie metodologie operative, ormai ampiamente collaudate.